1 Dicembre, 2020

Terrorismi

Guido Olimpio, Terrorismi. Atlante mondiale del terrore, La nave di Teseo, Milano 2018
Oggi il tema del terrorismo va sicuramente per la maggiore sia per l’impatto che gli attacchi degli anni recenti in Europa hanno avuto sui cittadini sia per via dei vari teatri operativi dove gruppi definiti come “terroristi” agiscono e operano (Iraq, Libia, Siria senza dimenticare altri meno violenti ma pur sempre dove la minaccia è reale come l’attentato di ottobre in Tunisia ha mostrato), di certo però il terrorismo, anche internazionale, non è un fenomeno nuovo (sebbene il “terrorismo” jihadista dei gruppi contemporanei abbia indubbiamente delle novità rispetto al passato). Il libro di Guido Olimpio, affermato giornalista del Corriere della Sera, serve anche per farci meglio comprendere la persistenza del fenomeno sulla scena internazionale. Il libro nasce dalla lunga esperienza maturata dall’autore su questi temi a partire dalla fine degli anni ’70 e si muove in modo molto agile e veloce tra varie esperienze politiche, epoche, personaggi e attentati.
I primi capitoli si concentrano però sul fenomeno attuale che viene ricostruito in alcuni suoi elementi centrali attraverso lo studio e la vita di alcuni terroristi. Per esempio il secondo capitolo mette in luce come molti dei radicalizzati europei conoscano poco la cultura araba e per nulla l’arabo e che quindi il motivo del loro processo di radicalizzazione va cercato più in uno spirito di solidarietà che nella fede. Inoltre dalle storie personali emergono altri due elementi centrali: il flusso di migranti è stato ripetutamente utilizzato per spostare uomini e risorse legati a gruppi terroristici; l’elemento distintivo del terrorismo è la mobilità, poiché questi personaggi si muovono liberamente sfruttando ogni tipologia di canale e possibilità. Per esempio viene ricostruita la storia personale di Salman Abedi l’attentatore alla Manchester Arena, 22 maggio 2017, che causò 23 vittime oppure quella di Anis Amri che il 19 dicembre 2016 uccise con un tir 12 persone a Berlino per essere poi intercettato e ucciso dalla polizia italiana nei pressi di Milano qualche giorno più tardi. La sua storia è emblematica poiché dopo vari atti di criminalità in Tunisia raggiunge su un barcone Lampedusa gettando prima i documenti per non essere identificato e poi dedicandosi a vari atti di criminalità fino a giungere in Germania e a cercare anche di andare a combattere in Siria. Il capitolo raccoglie altre storie personali legate ai vari attentati e non vi tolgo la suspense nel svelarvi ulteriori dettagli.
Il capitolo successivo esamina la figura del “mutante”, ovvero quegli attentatori che si radicalizzano quasi improvvisamente, come per esempio Mohamed Bouhlel, che il 14 luglio 2016 uccise 86 persone a Nizza investendole con un camion. Egli non era certamente uno stinco di santo, aveva precedenti ed era un violento, ma non aveva pregressi legati al terrorismo e gli inquirenti hanno trovato solo labili tracce del percorso di radicalizzazione. Il testo è ricco di casi e dettagli che qui non possiamo riportare per intero, ma da quei dati emerge chiaramente un nesso tra criminalità e terrorismo, che viene affrontato nel capitolo 4. Per citare solo una delle tante statistiche ricordate nel testo il 66% dei 778 foreign fighters tedeschi aveva precedenti penali, ma ogni Paese europeo ha dati similari. Le carceri quindi rappresentano un luogo estremamente importante per questi personaggi per fare proseliti, radicalizzare nuovi elementi, stabilire contatti ed è uno degli aspetti su cui sarebbe più utile riflettere nel contesto contemporaneo.
Il capitolo 5 si sofferma invece a riflettere sulla tattica del “taglia erba”, ovvero l’impiego di mezzi civili, camion, bus, macchine, per attaccare soft target come mercati, manifestazioni e simili. La prima azione di questo genere risale al 15 febbraio 2001 quando un palestinese investì con un bus quattro persone. La tattica, estremamente economica e semplice, fu poi riproposta dal giornale di al-Qaeda Inspire che offrì anche spunti per migliorarla e poi dal portavoce di ISIS, al Adnani, che invitava a usare qualunque modo, dalle pietre per spaccare le testa ai coltelli da cucina, pur di uccidere occidentali.
Meno convincenti i capitoli sui mass shooter che l’autore equipara a terroristi. Qui si aprirebbe una diatriba senza fine visto che anche tra gli accademici non c’è accordo, però dal mio punto di vista per essere terrorismo serve che l’attentatore, qualunque tattica utilizzi per colpire (perché è fuori di dubbio che le tattiche sono le stesse), deve essere inserito in una struttura formale o ideologica e quel gruppo deve avere un obiettivo politico entro cui l’attentato si inserisce.
Dopo questi capitoli ne troviamo altri che ci portano più lontano nel tempo. Per esempio scopriamo che il primo attentato dinamitardo su un aereo avvenne il 10 ottobre del 1933 e colpì un volo della United Airlines. Il testo poi mette in evidenza varie modalità operative come le mutande bomba oppure la miscela utilizzata in molti attentati anche in Europa denominata Madre di Satana. Approfondisce la figura di Al-Asiri, il bombarolo di al-Qaeda, ma anche del palestinese al-Umari che in in tempi diversi fu un vero e proprio maestro nel campo degli esplosivi.
Da segnalare poi il capitolo 12 “Il narco-terrore” in cui, prendendo il caso messicano, tema su cui l’autore lavora da tempo, si mette in luce come molte sia delle tattiche operative sia di quelle più mediatiche di ISIS, come per esempio i video delle teste mozzate, siano stati in realtà anticipate dai cartelli della droga messicani.

Il testo è di facile lettura, scorre via quasi come fosse un romanzo e ha il grande merito di mettere in luce o riportare alla memoria fatti eventi e curiosità che spesso il grande pubblico non sa o ha dimenticato. È una carrellata di attacchi, terroristi, tattiche, modalità operative che mostra come il terrorismo sia oggi molto presente ma al contempo vario e fluido nel suo modo di agire. Non cade inoltre nella trappola di considerare conclusa la parabola di ISIS, non tanto perché al-Baghdadi e i suoi sodali possano tornare alle capacità operative di qualche anno fa, ma perché le radici storiche, culturali e politiche di quel fenomeno sono ancora lì esattamente come gli uomini disposti a morire per quella causa, il che rende estremamente importante il ruolo dell’intelligence e la capacità di leggere e comprendere le varie situazioni geopolitiche da cui quei fenomeni si originano.

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