7 Ottobre, 2022

Il terrorismo jihadista in Africa

Il “terrorismo” jihadista si è da tempo radicato in Africa e dopo le operazioni americane in Iraq contro ISIS e l’intervento russo in Siria ha spostato proprio sul continente africano molte risorse al fine di evitare le aree più sorvegliate, pattugliate e colpite del Medio Oriente. L’impatto sempre maggiore del terrorismo jihadista in Africa è poi testimoniato dall’ultimo report dell’Africa Center for Strategic Studies da cui emerge che gli attacchi dal 2010 ad oggi sono aumentati del 310% e ciò ha fatto sì che anche il numero di paesi colpiti aumentasse da cinque nel 2010 a dodici nel 2017. Da un altro studio emerge come la ragione per l’adesione a questi gruppi sia la repressione dei governi e i problemi economici e benché la religione venga indicata da più del 50% dei membri, questi ultimi sono anche i primi a sostenere che di religione sanno poco. Ciò conferma, tra l’altro, un elemento centrale dei foreign fighters europei che spesso sono ragazzi convertiti da poco all’Islam, che conoscono poco o quasi nulla della religione che quindi viene impiegata esclusivamente come scudo ideologico e arma per colpire chi viene percepito come nemico.
Su questi aspetti consiglio la lettura del breve, ma ricco di spunti, articolo di Marco Cochi, Perchè l’estremismo violento dilaga in Africa.
In questo quadro non certo confortante, vista anche la continua pressione migratoria verso l’Europa, il Niger ha assunto un ruolo di partner strategico per l’Europa sia perché si è trovato ad essere uno snodo cruciale delle traiettorie migratorie che connettono l’Africa Occidentale alla Libia, sia perché focolai insurrezionali di stampo jihadista lo circondano da ogni lato: Al-Qaeda e i suoi epigoni in Mali, Boko Haram in Nigeria, e le sigle più disparate in Libia e in Burkina-Faso. Il problema però di fermare il flusso di migranti che passa per il Niger, e arrestare di conseguenza i traffici illegali connessi, è complicato dal fatto che, come spiega molto bene Luca Raineri nel suo articolo Niger e Sahel: quando la lotta ai trafficanti aggrava l’insorgenza jihadista, agli occhi delle popolazioni locali l’economia della migrazione costituisce non una minaccia, bensì un’opportunità di resilienza in cui hanno trovato impiego anche molti ex-ribelli delle insurrezioni Tuareg dei decenni passati. Le missioni internazionali presenti, in particolare francesi, hanno quindi dovuto confrontarsi con questa problematica e sono necessariamente scese a patti perché nelle vaste distese sahariane l’intelligence umana offerta da quelle stesse popolazioni consente una penetrazione capillare impensabile anche per le tecnologie di sorveglianza più avanzate. Allo stesso tempo le milizie locali forniscono un appoggio imprescindibile alle azioni militari contro le cellule di terroristi. Ma questo reclutamento ha un costo ed è quello di non interferire (o non interferire troppo) con pratiche locali come appunto i traffici di varia natura che consentono a quelle popolazioni di vivere.

I due articoli qui citati, quello si Cochi e quello di Raineri, fanno parte del report curato da ISPI, Sahel: verso una nuova centralità strategica che comprende altri quattro brevi saggi su tematiche relative al Sahel oltre che a varie infografiche utili per capire la situazione generale.

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