5 Dicembre, 2022

Il terrorismo nel nuovo millennio

Marco Lombardi, Il terrorismo nel nuovo millennio, Vita e Pensiero, Milano 2016

Il testo pur nella sua brevità risulta essere molto utile e interessante per inquadrare e delineare il problema del terrorismo jihadista del XXI secolo anche attraverso esempi diretti. Benché il volume cerchi di offrire uno sguardo complessivo sul terrorismo, il suo focus principale è sulla minaccia posta in essere dal sedicente Stato Islamico. L’autore, Marco Lombardi direttore del centro di ricerche ITSTIME e docente di Crisis management and risk communication presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, si focalizza sull’attualità, ma non manca di sottolineare alcuni elementi più lontani nel tempo come per esempio il fatto che l’11 settembre 2001 fu anticipato dall’omicidio di Ahmad Shāh Massoūd, comandante dell’Alleanza del nord una milizia che si opponeva ai Talebani e ad al-Qaeda in Afghanistan, e che colui che portò a compimento l’azione fu un tunisino immigrato in Belgio. Quest’ultimo aspetto ci riporta proprio al flusso di foreign fighters su cui ISIS ha costruito gran parte delle sue fortune, perché la Tunisia è il Paese che ha maggiormente contribuito e il Belgio è, come sappiamo, un Paese con alti tassi di radicalizzazione e da dove sono partiti anche gli attentatori di Parigi e non solo.
Uno degli elementi distintivi di ISIS rispetto a gruppi precedenti similari è il controllo para-statale del territorio, il che rende la milizia un attore di una moderna guerra ibrida ovvero “un conflitto pervasivo, diffuso e delocalizzato” figlio della globalizzazione (p. 11). La guerra del XXI secolo non è quindi confinata a un territorio bensì è composta da azioni interconnesse che si svolgono ovunque sul globo legandosi ad attori di vario genere dai terroristi ai criminali. In questo quadro diventa centrale la comunicazione (d’altronde questo è uno degli elementi distintivi del terrorismo in genere) tanto che si potrebbe parlare di una guerra della comunicazione (p. 13).

Il primo capitolo si focalizza sul problema definitorio del terrorismo. L’autore sostiene giustamente che le attuali organizzazioni terroristiche sono flessibili, capaci di adattarsi rapidamente, ma resta il fatto che un atto, per essere etichettato come terrorismo, debba avere una motivazione politica (elemento questo fondamentale per distinguerlo da altre azioni di violenza privata) e usa gli attentati per promuovere, attraverso i media, il terrore (p. 26).
Il capitolo 2 si focalizza sul problema dei foreign fighters e della radicalizzazione in Europa e non solo. Interessante in questo quadro la riflessione che viene fatta sul concetto di zoombie che, nell’accezione qui utilizzata, deriva dal linguaggio informatico con cui si identifica un computer infettato da un virus che però rimane silente finché non viene attivato nel momento opportuno. Il terrorismo attuale sarebbe quindi organizzato in “singolarità competenti e addestrate al combattimento che si trovano in reti semi-strutturate e flessibili” (p. 33).
Il capitolo 3 torna a riflettere sul problema della guerra ibrida e offre alcune riflessioni per combatterla come ad esempio l’impiego dell’intelligence, il controllo dell’informazione, la collaborazione con i civili. Ciò di cui però bisogna essere coscienti, e non potrei essere più d’accordo con l’autore, è che non cambia la natura della guerra bensì “cambia il modo in cui le forze interagiscono e si scontrano fra loro” (p. 44). Ovvero mutano gli strumenti e anche la conformazione del campo di battaglia più urbano, da un lato, più ampio e meno delimitato dall’altro.
Il capitolo 4 si focalizza sullo sviluppo e l’organizzazione di ISIS, un tema oggi un po’ superato dagli eventi ma che però è utile per ricostruire la parabola del gruppo, che è ancora una minaccia, e per capire meglio alcuni suoi funzionamenti. Ne emerge l’immagine di un gruppo opportunistico in grado di cogliere i momenti e i luoghi di instabilità politica e sociale per radicarsi. ISIS, come gli altri gruppi simili, trova terreno fertile nei vuoti di potere ed è questo elemento che va combattuto e risolto se si vuole evitare che ISIS o altre milizie prendano piede.
Il capitolo 5 si focalizza su ciò che forse maggiormente distingue ISIS da altri gruppi similari, ovvero l’uso dei media. Il terrorismo in genere si è sempre appoggiato ai media, ma Daesh ha portato il tutto a un nuovo livello. Quasi ogni azione viene ripresa per creare poi video di propaganda da diffondere su internet che è un ottimo strumento di diffusione per fondare una comunità di credenti ampia e globale (p. 75). La comunicazione dello Stato Islamico si basa, secondo Lombardi, su alcuni aspetti centrali: uso massiccio dei social media; video per comunicare l’orrore (si pensi ai video delle varie esecuzioni e decapitazioni); diffusione di una efficace contro-narrazione; sviluppo di vari prodotti informativi come riviste, giochi, radio e tv (pp. 83-84). Il tutto è inserito in una strategia complessiva gestita da un’unica regia che ha ben chiari gli obiettivi da raggiungere attraverso quella produzione mediatica che va di pari passo alle operazioni politiche, militari ed economiche sul campo.

Il testo è agile, di facile lettura ma completo e intrigante per lo sguardo che riesce a dare sia sul fenomeno ISIS in particolare, sia sulle minacce alla sicurezza del XXI secolo più in generale con riflessioni importanti sulla guerra ibrida, le connessioni tra terrorismo e criminalità e l’impiego dei moderni mezzi di comunicazione.

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