18 Aprile, 2021

Eroi di una guerra segreta

Meo Ponte è un valido giornalista che, oltre a seguire importanti casi di cronaca nera e giudiziaria, è stato anche inviato di guerra in Iraq e in Libia. Ed è proprio grazie a questa esperienza sul campo che ha raccolto le idee e le informazioni per la stesura di Eroi di una guerra segreta. Le scomode verità delle “missioni di pace” italiane (Longanesi, 2018), libro quanto mai necessario nel panorama italiano che da troppo tempo è vittima di due diverse problematiche. Da un lato, un pericoloso scollamento tra istituzioni militari e società civile, certamente figlio della storia nazionale, ma anche cavalcato da certe frange politiche. Dall’altro, una narrazione molto limitata, parziale e del tutto edulcorata di quelle che sono le operazioni all’estero delle nostre Forze Armate. Definite ormai da tempo come missioni di pace, sono in realtà situazioni in cui il combattimento, il rischio, il confronto con insorgenti e milizie locali sono all’ordine del giorno. Benché sia assolutamente comprensibile e condivisibile mantenere il segreto su certi aspetti con le missioni in corso, quel riserbo appare molto meno giustificato una volta che l’operazione è terminata. Il libro di Meo Ponte aiuta indubbiamente a squarciare quel muro di silenzio, e a volte anche di scarso interesse presso il grande pubblico, se non quando si registrano dolorose perdite, che circonda operazioni dove i nostri soldati hanno combattuto veramente.

Il testo però non si limita a riportare le esperienze vissute dall’autore in prima persona principalmente nel teatro iracheno, ma ricostruisce altre operazioni italiane restituendoci quindi un quadro completo, seppur sintetico, delle varie missioni di pace che il nostro Paese ha compiuto nel corso della sua storia, iniziando dall’invio nel 1885 di un nucleo di ufficiali dell’allora Regio Esercito a controllare il cessate il fuoco tra le forze serbe e quelle bulgare nei Balcani, per passare poi ai soldati inviati in Cina durante la guerra dei Boxer (1900) e altre similari nella prima metà del XX secolo. Una delle operazioni meno conosciute in Italia, dove però si è pagato un altissimo tributo di sangue, si registrò nel novembre del 1961 a Kindu in Congo dove furono trucidati tredici aviatori italiani della 46ª Aerobrigata di stanza a Pisa, facenti parte del contingente dell’operazione delle Nazioni Unite inviato a ristabilire l’ordine nello Stato africano da poco divenuto indipendente dal Belgio.

Dopo questa prima parte introduttiva, il libro entra nel vivo del tema affrontando, attraverso i racconti dei protagonisti intervistati dall’autore, le situazioni più tragiche e complesse che le nostre Forze Armate hanno dovuto affrontare nel periodo post-Guerra fredda. Il capitolo due, infatti, si concentra sull’operazione in Somalia che Meo Ponte ricostruisce anche grazie al racconto di Gianfranco Paglia, all’epoca sottotenente della Folgore che partecipò ai duri combattimenti nella zona del pastificio (2 luglio 1993) e a seguito delle ferite perse l’uso delle gambe. Per la sua azione in combattimento ha ricevuto la medaglia d’oro al valor militare. La missione in Somalia doveva essere la grande missione umanitaria dell’ONU nel post Guerra fredda e vide coinvolti molti Paesi, ma dopo i primi momenti si capì che la situazione non era né chiara né pacifica. Gli scontri con altri contingenti erano frequenti e non lasciavo ben sperare per quello italiano che comunque, anche grazie a diversi successi per esempio nella cura degli animali da allevamento, era riuscito a farsi ben volere dalla popolazione.

Infatti il disastro avviene il 2 luglio 1993, quando, a seguito di un’operazione di rastrellamento di routine, i miliziani scesero in strada usando la popolazione come scudo e spararono sugli italiani. La descrizione della battaglia è vivida e nella sua crudezza mostra il vero volto della guerra, che però essendo una missione di pace gli italiani sono costretti a combattere con regole di ingaggio inadeguate che li costringono, per esempio, a non poter utilizzare gli elicotteri Mangusta che pure erano presenti. Alla fine gli italiani riusciranno dopo ore a sganciarsi, ma perderanno tre uomini e conteranno 22 feriti. Il checkpoint Pasta verrà conquistato dai miliziani e ripreso solo alcuni giorni dopo, non manu militari ma attraverso la contrattazione con le tribù locali.

I capitoli tre e quattro affrontano in dettaglio alcuni aspetti dell’operazione Antica Babilonia, ovvero la missione italiana a Nassirya, Iraq, poco dopo la guerra lanciata dagli Stati Uniti nel 2003. Una missione difficile e che presenta contraddizioni forti che indubbiamente ebbero delle conseguenze sull’attentato contro la nostra base il 12 novembre 2013 che provocò la morte di 17 militari italiani e due civili, più nove iracheni. In particolare viene descritta l’instabilità presente nella città, con un’ostilità strisciante (viene descritto anche il tentativo di rapimento di un generale italiano) e le varie fasi della cosiddetta battaglia dei ponti, scontri prolungati, massicci, violenti che coinvolsero i nostri militari impegnati nel tentativo di riconquistare i ponti della città che permettevano i collegamenti tra le varie basi. L’autore, che fu in parte presente agli scontri, ci restituisce molto bene l’atmosfera sia della città sia del contingente italiano in quelle settimane di cui ancora troppo poco si sa in Italia in cui si scontrarono contro le milizie sciite.

Il capitolo cinque, invece, è un triste resoconto sulla missione in Kosovo da cui molti militari italiani tornarono con ferite invisibili ma spesso mortali, ovvero quelle derivanti dall’uranio impoverito. Dalle interviste emerge come i nostri soldati fossero del tutto impreparati ad affrontare un ambiente contaminato, mentre americani e inglesi, nostri alleati, agivano diversamente.

Il capitolo sei prende in esame un altro teatro in cui le nostre Forze Armate sono da lungo tempo impegnate e anche duramente, l’Afghanistan. Le prime pagine sono dedicate all’attento del 17 settembre 2009 in cui morirono 6 membri della Folgore e ad altri scontri, ma poi l’autore descrive le operazioni segrete condotte dalle nostre forze speciali nel Paese, operazioni in tutto e per tutto di combattimento in cui i nostri soldati si sono indubbiamente distinti e in cui hanno dovuto mettere a frutto tutta la loro preparazione militare.

Da queste descrizioni emerge chiaramente la competenza delle Forze Armate italiane, il loro addestramento, ma anche alcune contraddizioni di fondo tra la realtà del campo di battaglia e la narrazione che viene poi presentata in Italia. Le motivazioni delle decorazioni militari che negli anni sono state consegnate ai militari impegnati in quegli scontri e in quei teatri dimostrano e testimoniano quella realtà.

Il libro è agile e breve pur coprendo tutti i principali teatri dove i nostri soldati sono stati impegnati e ha un valore non indifferente nel descrivere attraverso le voci dei protagonisti quegli eventi così violenti di cui pochi in Italia conoscono le vere dinamiche.

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