18 Aprile, 2021

Special Forces Berlin

Il testo di James Stejskal, Special Forces Berlin: Clandestine Cold War Operations of the US Army’s Elite, è un libro fuori dal comune perché offre l’incredibile opportunità di guardare dentro una storia di cui ancora oggi si conosce poco o nulla. È uno sguardo approfondito su eventi e persone che non compariranno mai sui grandi libri di storia, ma che in realtà sono stati protagonisti di eventi e situazioni che durante la Guerra fredda potevano significare molto e che hanno aperto una nuova direzione per le forze speciali americane.

Il libro è basato su interviste, ricordi e quei pochi documenti ufficiali rimasti e che possono essere pubblicati e prende in esame la storia di un’unità di forze speciali americane impegnate per diversi decenni in quello che fu il centro della Guerra fredda europea, ovvero Berlino, e più nello specifico la sezione ovest della città.

James Stejskal non è un autore qualunque, poiché oltre ad avere al suo attivo altri testi sulle Forze speciali e la loro storia, può contare su una carriera di 35 anni tra SOF americane e CIA, per cui alcune cose di cui parla le ha vissute in prima persona.

Come è noto alla fine della Seconda guerra mondiale la città di Berlino, pur trovandosi completamente immersa nella Germania occupata dai sovietici, venne divisa in quattro zone di occupazione (sovietica, americana, inglese e francese) con queste ultime tre che poi divennero note come Berlino Ovest. Di conseguenza, fin dall’inizio erano presenti in città elementi delle forze militari statunitensi (ciò che poi diventarono note come Berlin Brigate), ma fu solo dopo varie crisi tra le due Superpotenze che Washington decise di dislocare in città un’unità di forze speciali appositamente scelta e addestrata per operare in quel particolare, e sotto molteplici aspetti unico, ambiente.

I primi operatori (circa 90) arrivarono nel 1956 e tutti erano stati membri dell’OSS, l’Office of Strategic Services il servizio segreto statunitense della seconda guerra mondiale, e conoscevano il tedesco o altre lingue dell’est Europa. Infatti, la caratteristica principale di questa unità fu quella di doversi nascondere tra la popolazione e di conseguenza doveva conoscere la cultura e la lingua locali.

L’unità prese il nome di Detachment-A (Det-A) e fu un’esperienza estremamente formativa per lo sviluppo delle forze speciali americane sotto diversi punti di vista, il tutto grazie alla particolare posizione in cui si trovarono ad operare, ovvero la Berlino della Guerra fredda. Bisogna infatti considerare che in quei decenni Berlino Ovest era un enclave occidentale totalmente immersa nel blocco sovietico e circondata da truppe ostili (tedesche orientali e sovietiche), con linee di comunicazioni, terrestri e aeree, del tutto dipendenti dalla volontà del nemico di lasciarle aperte. Di conseguenza, in caso di guerra quelle truppe sapevano che non avrebbero potuto essere supportate in breve tempo e la loro unica salvezza era quella di diventare invisibili confondendosi con la popolazione locale e operando in piena autonomia.

Proprio riguardo alle capacità operative dell’unità si possono fare gli approfondimenti più interessanti. Da un lato, la Guerra fredda non diventò mai calda per cui quegli uomini non misero mai, o quasi, alla prova le loro capacità; dall’altro lato, però, queste ultime, le loro idee e il variegato addestramento furono cruciali per lo sviluppo del moderno concetto di Forze speciali. Il libro, infatti, ripercorre i vari momenti dell’unità nel corso dei decenni della Guerra fredda riportando fatti, azioni addestrative, soluzioni operative e altro che mettono in evidenza sia la spinta costante ad adattarsi alla situazione che avrebbero potuto incontrare sul campo sia gli innegabili elementi di modernità.

Una prima differenza che emerge fin da subito rispetto ad altri elementi delle forze speciali dislocati altrove riguarda il campo di battaglia che l’unità avrebbe dovuto affrontare, ovvero un campo di battaglia urbano. In caso di guerra, l’unità avrebbe dovuto dividersi in 6 gruppi e agire come una forza stay-behind. Quattro avrebbero dovuto lasciare la città (il come, visto che si sarebbero trovati in una Berlino invasa e circondati dal nemico, era già di per sé una sfida) per collegarsi a un’eventuale resistenza tedesca (la CIA garantiva dei contatti, ma i membri dopo alcuni anni erano piuttosto certi che non esisteva alcuna resistenza organizzata) e compiere azioni di sabotaggio e simili. Due gruppi, invece, avrebbero dovuto rimanere in città, con tutti i rischi che ciò chiaramente comportava, per colpire obiettivi pre-pianificati (come ponti e snodi ferroviari) e raccogliere intelligence.

Proprio quest’ultima è un elemento importante delle capacità operative dell’unità che fin da subito sviluppò, insieme ala CIA, sorveglianza, controsorveglianza e intelligence al fine di controllare gli obiettivi sensibili, individuare possibili bersagli nemici, analizzare le debolezze del sistema difensivo ecc. A questo proposito Stejskal cita un “simpatico” aneddoto di un’azione di addestramento.

Gli operatori per addestrarsi al pedinamento di possibili obiettivi a volte seguivano persone a caso in modo da affinare le proprie capacità. Una volta pedinarono un uomo che aveva appena oltrepassato il confine da Berlino Est, quando lo seguirono all’interno di un ristorante, l’uomo, che evidentemente li aveva individuati già da tempo, si avvicinò al leader del gruppo e offrì da bere per poi passare il pomeriggio con loro a farsi pedinare per “insegnare” loro tecniche migliori, per poi tornare nell’est a sera. L’episodio non solo è indicativo del tipo di addestramento che questa unità doveva sviluppare, soprattutto degli elementi che sarebbero rimasti ad operare in città, ma è anche rappresentativo di ciò che fu Berlino in quegli anni, ovvero il centro nevralgico della Guerra fredda, ricco di spie, doppiogiochisti, militari e quant’altro.

Queste capacità legate alla ricognizione tattica e al nascondersi in piena vista in città risultarono poi fondamentali nell’unica vera azione “di guerra” dell’unità. Infatti, due suoi elementi furono scelti, proprio per queste loro abilità, per recarsi a Teheran, in Iran, nell’aprile del 1980 e compiere una ricognizione dell’Ambasciata americana, dove erano tenuti prigionieri da mesi i dipendenti americani, e il Ministero degli Esteri, dove tre diplomatici americani erano costretti a soggiornare.

L’intelligence che riuscirono a raccogliere (vie di accesso, punti di entrata negli edifici, struttura degli stessi, numero di guardie ecc.) fu l’intelligence più precisa e dettagliata che la Delta Force, che si stava preparando all’azione per la liberazione degli ostaggi, riuscì ad ottenere. Come è noto l’operazione Eagle Claw fu un disastro per motivi che esulano dalle capacità degli uomini a Teheran. Questi ultimi, inoltre, ebbero il sangue freddo e la capacità di sfuggire alla cattura proprio sfruttando il loro addestramento urbano maturato a Berlino.

In aggiunta si deve sottolineare come il colonnello Charles Beckwith, colui che guidò quell’operazione, ma soprattutto il padre fondatore della moderna Delta Force, visitò l’unità a Berlino per vedere come si addestrava, conoscerne le capacità e le peculiarità proprio per sviluppare il suo progetto di forze speciali.

Un elemento centrale in quegli anni era poi l’addestramento e le capacità in operazioni antiterrorismo e il Det-A sviluppò un addestramento specifico sia con unità similari come il SAS britannico (con cui condusse diversi addestramenti in Inghilterra su sui il testo si dilunga) sia con il GSG9 tedesco occidentale e anche con questi uomini ci furono diverse esercitazioni comuni in vari scenari: da quello del dirottamento aereo (simulando assalti ad aerei nell’aeroporto di Tempelhof o Tegel) a quello dell’assalto a edifici e in questo caso costruirono un poligono apposito dove addestrarsi.

L’unità sviluppò anche addestramenti mirati alla guida di veicoli in modo da sfuggire agli inseguimenti oppure a capacità subacquee visto che Berlino è una città ricca di canali. Quest’ultimo aspetto è interessante perché in quegli anni, in genere, si riteneva che le operazioni “bagnate” spettassero ai SEAL, e di conseguenza il Det-A fu il primo gruppo delle forze speciali dell’esercito che si specializzò in questo genere di operazioni sia grazie agli incursori di marina tedeschi sia proprio ai Navy SEAL.

Con il passare degli anni alcune falle del sistema burocratico che gestiva l’unità a Berlino portarono tra il 1983 e il 1984 allo scioglimento del Det-A e alla creazione di una nuova unità, identica per competenze e missione alla precedente, ma con un nuovo nome (PSSE-B, Physical Security Support Element Berlin) e dislocata in una nuova base all’interno di Berlino.

Questo fu sufficiente a mantenere nascosta la sua esistenza? La risposta è no perché sia il KGB sia la Stasi erano a conoscenza della presenza di un’unità di forze speciali, ma molto probabilmente non avevano informazioni dettagliate sulla sua composizione pur conoscendone, almeno in parte, le capacità operative e immaginandone i compiti. Due esempi chiariscono bene i punto.

A una festa di capodanno del 1980 tenutasi a Potsdam nella sede della Military Liaison Missions americana, il generale sovietico Yeugeny Ivanoski, all’epoca comandante delle forze sovietiche in Germania Est, incontrò il Colonnelo Stanley Olchovik, all’epoca a capo del Det-A, chiedendogli se i suoi uomini lo avrebbero rapito quella sera. Con quella battuta il generale sovietico mise in luce due aspetti. Il primo è che i sovietici sapevano non solo dell’unità, ma conoscevano anche, almeno in parte, la sua composizione e linea di comando. Secondo, avevano un’idea delle capacità operative e dei compiti di quegli uomini.

Nel dicembre 1989 (quando ormai il Muro era caduto e la fine della Guerra fredda si stava concretizzando) il General maggiore Sid Shachnow che comandò il Det-A negli anni ’70 tornò a Berlino come comandante delle forze nella città e, a un incontro con il capo della locale sezione del KGB, chiese se loro erano a conoscenza di questa unità. L’ufficiale sovietico rispose affermativamente dicendo che l’unità era composta da 500 uomini, ma in realtà essa era formata da poco più di 100 unità.

La Guerra fredda finì senza sparare un colpo, la Berlin Brigade fu smantellata definitivamente nel luglio del 1994, ma già il 15 agosto 1990 il Det-A, ormai noto come PSSE-B, aveva cessato di esistere visto che le particolari condizioni di Berlino, che ne avevano resa necessaria la costituzione e l’addestramento, erano cessate. Malgrado tutto ciò, solo nel 2014 il governo americano riconobbe ufficialmente l’esistenza di quell’unità.

Il libro di James Stejskal ricostruisce una storia avvincente potendo contare su resoconti di prima mano grazie a interviste a ex operatori. È una storia purtroppo dimenticata ma che in realtà è centrale per lo sviluppo di un certo concetto di Forze speciali. Inoltre è una storia che aggiunge un tassello tutt’altro che banale a quei decenni complessi e articolati che chiamiamo Guerra fredda.

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