22 Ottobre, 2020

Le guerre e la scuola in Italia

Qualche giorno fa ho ricevuto l’abituale newsletter dello IAI con gli ultimi articoli pubblicati, è un modo per approfondire tematiche internazionali che non rientrano perfettamente nel mio ambito di ricerca. E nella suddetta mail ho trovato l’articolo di Emmanuela Banfo il cui titolo, “Religione: una Terza Guerra Mondiale fatta di 380 conflitti”, mi ha subito colpito perché la religione, nel quadro dell’attuale geopolitica o dei conflitti moderni, è un tema che tocca da vicino le mie ricerche. La lettura dell’articolo, però, mi ha portato a riflettere in una direzione completamente diversa, perché in un passaggio si cita una ricerca della Caritas secondo la quale su “un campione significativo [della popolazione italiana] intervistato a proposito delle guerre, si evidenzia che gli italiani non sanno quasi nulla: nessuna guerra nel continente africano è conosciuta da più del 3% – fa eccezione quella in Siria, menzionata dal 52%. […] E ancora più allarmante è che su 1.782 studenti di 58 classi di terza media di 45 istituti sparsi su tutto il territorio nazionale, il 39,3% non è stato in grado di indicare neanche una guerra degli ultimi cinque anni.”
Certamente, per chi come me, si occupa di politica internazionale e di conflitti tutto ciò non è una novità, però il dato è a dir poco allarmante. Come mostrano le foto che trovate in fondo a questo articolo, il nostro Paese, e tutta l’Europa, è circondato da conflitti di vario genere e natura con implicazioni molto diverse fra loro. Siamo dunque uno Stato in prima linea rispetto alla violenza internazionale che può prendere varie forme. Malgrado questa situazione il 40% degli studenti non è in grado di identificare una singola guerra degli ultimi 5 anni, in cui è bene ricordarlo si è combattuto in Afghanistan (dove sono dislocati anche nostri militari), in Libia (Tripoli, Haftar, il problema del flusso irregolare di immigrati non vi ricorda nulla?), Siria (intervento russo, Assad, Afrin, Turchia, non vi suonano?), Iraq (la lotta con lo Stato Islamico mai sentita?Senza dimenticare il recente incidente che ha coinvolto i nostri militari), Ucraina (Russia, Nato?), Mali, Niger, Somalia, Yemen e si potrebbe continuare.
Questo aspetto mette in luce tre elementi. Primo, l’Italia deve affrontare una situazione alquanto instabile a livello internazionale con un sistema di equilibrio che sta conoscendo una forte e profonda ristrutturazione e che di conseguenza condurrà a rivedere alleanze storiche. Come è possibile ripensare il ruolo dell’Italia in tale contesto se la conoscenza di quest’ultimo è pressoché nulla? Secondo, purtroppo i media italiani non aiutano sulle questioni internazionali perché la copertura è nella migliore delle ipotesi scarsa, superficiale ed esclusivamente legata a fatti contingenti, ovvero succede qualcosa, possibilmente di molto grave, allora si fa il servizio altrimenti niente. Inoltre, in questo modo il servizio in questione viene spesso affidato a giornalisti che non conoscono il teatro e il quadro più generale per cui ci si limita a fornire alcune informazioni (quanto poi verificate e veritiere?) sul particolare evento lasciando perdere tutto il resto, ovvero situazione politica, strategica, forze in campo, sponsor internazionali, quadro politico internazionale e regionale, interessi degli attori in campo. Tutti elementi fondamentali per comprendere una situazione, ma che vengono puntualmente dimenticati rendendo quindi la comprensione di una situazione conflittuale del tutto impossibile o puramente superficiale e legata alla contingenza del momento. Questo porta a due conseguenze. Da un lato al cittadino non viene offerto un quadro della situazione e dunque non viene debitamente informato a meno che lui o lei non decida poi di cercare maggiori informazioni (ma chi lo fa? E soprattutto che genere di informazioni può trovare?); dall’altro lato, non viene abituato ad analisi approfondite, ma viene educato a riflessioni superficiali, banali e spesso slegate dalla situazione più generale.
E qui si innesta il terzo problema, messo già ben in luce dai dati dell’articolo di Emanuela Banfo, quello della scuola. Come è possibile che il 40% dei ragazzi non sappia citare un singolo conflitto degli ultimi 5 anni, quando il nostro Paese, come detto, è circondato da forme di violenza armata ed è impiegato in modo diretto in molti di loro (Afghanistan, Iraq, Libia per citare solo i più noti)? Possibile che la scuola abbia abdicato in modo così drammatico il suo compito di istruire ed educare gli studenti insegnando loro anche le forme e nozioni minime e basiche del mondo che ci circonda? La risposta purtroppo è sì e questo è gravissimo perché i giovani di oggi sono la futura classe dirigente e attualmente la scuola non fornisce loro gli strumenti adatti a comprende il mondo, servirebbe rivedere profondamente i programmi e integrarli con approfondimenti specifici diretti sia a studenti che a insegnanti, ma, anche per esperienza personale, manca sia lo volontà (non sempre ma spesso soprattutto su determinati temi) sia i finanziamenti adeguati (sempre).

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