22 Ottobre, 2020

L’arte della guerriglia

Gastone Breccia, L’arte della guerriglia, il Mulino, Bologna 2013, pp. 304.

Il libro di Breccia non è recentissimo, ma ciò nulla toglie al suo valore e alla sua utilità. Inoltre, le sue riflessioni e ricerche ben si sposano con altri due post precedentmente pubblicati qui e focalizzati sul tema della guerriglia e della guerra irregolare. Il primo era una recensione a un testo classico su questi temi e appena ripubblicato: Werner Hahlweg, Storia della guerriglia. Tattica e strategia della guerra senza fronti. Il secondo post era invece focalizzato sull’esperienza coloniale e sul testo di Callwell, Small Wars mettendone in luce gli aspetti più salienti per quanto riguarda anche la nostra situazione strategica attuale.

Il testo di Breccia è figlio della sua passione per lo studio della guerra da un punto di vista sia teorico sia pratico già messo in luce in opere precedenti come l’ottima antologia curata per Einaudi e pubblicata nel 2009 (L’arte della guerra) in cui vengono presentati testi (alcuni noti altri invece quasi dimenticati) che offrono riflessioni teoriche sulla guerra nella storia. Con L’arte della guerriglia l’autore prosegue, in un certo senso, quel lavoro sempre mantenendo saldo l’aspetto metodologico di superare le barriere temporali tra autori ed esperienze e focalizzandosi invece su una particolare tipologia di conflitto, la guerriglia. Uno dei massimi storici militari, Sir Michael Howard, in un famoso saggio del 1983 spiegava in modo molto convincente come dovesse essere il metodo di studio per capire la guerra e individuava così tre diverse dimensioni, la profondità, il contesto e la larghezza ovvero lo studio del fenomeno sul lungo periodo al fine di individuare con maggiore precisione analitica quali sono state le grandi fratture e i profondi cambiamenti nel fenomeno e quali invece le caratteristiche immutate. Quest’ultima è la prospettiva scelta da Breccia che ci offre uno studio analitico sul fenomeno della “guerriglia” nel corso della storia per mostrarci in modo convincente come esso sia, da un lato, estremamente persistente nella storia umana, superando senza problemi epoche storiche e diversità culturali; dall’altro come esso sia rimasto molto simile a se stesso nel corso dei secoli.

La via scelta da Breccia non è del tutto originale (due pietre miliari da questo punto di vista sono sicuramente il già ricordato Hahlweg e W. Laqueur, Guerrilla, Little, Brown and Company, Boston 1976), ma il volume qui in oggetto presenta almeno un aspetto più originale oltre al fatto che aggiorna il dibattito sul tema visto che i testi citati sono decisamente datati. Infatti, L’arte della guerriglia inizia e discute anche della guerriglia in epoca antica attraverso autori e opere che invece negli altri testi vengono liquidati in modo più sbrigativo, al contrario Breccia ne mette in evidenza le caratteristiche che poi ritorneranno nel corso dei secoli.

Il testo si suddivide in quattro distinti capitoli che rappresentano altrettante prospettive per affrontare lo studio della guerriglia.

Il primo capitolo si sofferma a riflettere sul fenomeno cercando non tanto una sua definizione quanto una sua catalogazione in grandi specie. Breccia fa emergere quattro distinte forme di guerriglia che si sono variamente affermate nella storia: la guerra tellurica (riprendendo la famosa definizione di Schmitt sul partigiano) in cui l’elemento centrale è appunto il legame con lo spazio locale, con una regione ben precisa e delimitata e quindi chi combatte lo fa per difendere la propria terra; insurrezione il cui obiettivo è quello di rovesciare l’ordine costituito sostituendolo con uno nuovo fondato su idee politiche o religiose diverse da quelle in vigore; razzia o guerra di frontiera sono guerre di confine in cui l’incursione in territorio nemico avviene per ragioni di bottino; petite guerre termine molto complicato da definire ma che si può riferire a una tipologia di guerra condotta dietro le linee nemiche da truppe regolari e addestrate per quello scopo (in passato la cavalleria oggi le Forze speciali).

Il secondo snodo del volume è il capitolo dedicato al pensiero strategico legato alla guerriglia. Breccia parte da Sun Tzu per affrontare gli autori più interessanti che hanno scritto e riflettuto sul fenomeno. Viene così preso in esame lo Stretegikon e poi le idee di Niceforo II per arrivare al XVIII secolo in cui il dibattito sulla petite guerre si fa enorme coinvolgendo in modo diverso tutti gli eserciti europei del tempo e acquistando alcuni degli elementi più moderni. Vengono toccati e affrontati in modo più o meno approfondito autori che hanno poi avuto un’influenza sullo sviluppo seguente del fenomeno come ad esempio Robert Rogers, militare inglese attivo in Nord America a metà XVIII secolo, che fondò i Rangers e scrisse alcune regole per operare in contesti di guerriglia “che vengono ancora mandate a memoria dai reparti speciali dell’esercito degli Stati Uniti” (p. 44). Dopo aver affrontato Clausewitz e le sue riflessioni sul kleiner Krieg, Breccia si dedica a De Corvey, veterano delle guerre napoleoniche, che studia a fondo le esperienze nella Vandea e in Spagna (che da lì in poi sarà l’esperienza guerriglieria di riferimento) e ne trae l’insegnamento che spesso in questi contesti bellici la violenza raggiunge un livello estremo. Una lotta totale e senza alcuna limitazione che poi troverà una vera e propria teorizzazione nelle pagine del contemporaneo Carlo Bianco, autore poco noto ma che presenta diversi elementi interessanti per approfondire la conoscenza teorica della guerriglia in cui si preconizza una violenza senza limiti al fine di scacciare l’invasore interpretato quasi come un “non umano”. Con Bianco quindi, e con le contemporanee guerre in Polonia, si passa dal concetto di resistenza al nemico invasore (idea per esempio che era di Clausewitz e del suo Landsturm) a quello di insurrezione ovvero di una vera e propria sollevazione popolare contro l’invasore. Nel corso del XX la teoria della guerriglia si arricchisce dei teorici forse più noti e delle esperienze più studiate che Breccia affronta con spirito critico cercando di mettere a confronto le idee strategiche di due maestri indiscussi del fenomeno: Lawrence d’Arabia e Mao Zedong. Anche se in questa sezione possiamo trovare le riflessioni più contemporanee (su Che Guevara, sulla guerriglia urbana, sullo svizzero Hans von Dach) forse le pagine più interessanti sono quelle dedicate a Orde Wingate, militare britannico durante la Seconda guerra mondiale, che fu l’ideatore delle Special Night Squads in Palestina e poi del concetto di Long Penetration attuato in Birmania. Egli rappresenta certamente uno dei padri delle moderne forze speciali che oggi operano nei più disparati contesti e con un’importanza (più strategica che tattica) sempre maggiore. Affrontare il tema delle Forze speciali è importante perché come indica lo stesso Breccia esse rappresentano quell’elemento di irregolarità presente negli eserciti regolari, sono “la guerriglia dei regolari”.

Il capitolo terzo rappresenta una seconda chiave di lettura del fenomeno guerrigliero. Come mette in luce lo stesso Breccia la guerriglia è più azione che teoria “i trattati, in sostanza, descrivono le modalità d’azione della guerriglia; la rendono comprensibile e tentano di renderla accettabile per chiunque […] Ma a prescindere dalla teoria, l’azione del combattente irregolare appare necessaria e spesso istintiva” (p. 123). In queste pagine vengono prese in considerazione alcune esperienze di guerriglia più o meno recenti per mettere in luce i tratti distintivi di questa particolare forma di scontro. Innanzitutto lo sfruttamento del terreno ovvero le montagne, le giungle, le paludi e oggi le città rappresentano sempre un terreno ideale per l’irregolare perché consentono di sfruttare la sorpresa, la loro maggiore conoscenza del terreno e la sua irregolarità. In questo modo il guerrigliero di tutte le epoche riesce a sfruttare pienamente la sorpresa e la mobilità che sono due dei suoi elementi essenziali (si pensi per esempio ai moderni IED, Improvised Explosive Device, “mine” artigianali che sia in Iraq sia in Afghanistan hanno causato circa la metà delle perdite americane). Un altro elemento costante della guerriglia che viene preso in esame è il buio che permette la sorpresa, consente di nascondersi e di sparire, anche se va detto nel contesto attuale ciò è forse vero solo in parte a causa dei moderni sistemi di sorveglianza e di visione notturna disponibili anche per gli irregolari. Un altro elemento centrale per la guerriglia è l’uso del terrore che porta a una violenza spesso incontrollata e a una guerra senza quartiere. Se nella guerra regolare, o meglio regolata dalle convenzioni internazionali, questo genere di estremismi è sì presente ma condannato, nella guerriglia “i capi partigiani sanno benissimo che la spirale di odio e di orrore scatenata dalla crudeltà dei propri uomini finisce […] per giocare a loro vantaggio, non solo […] per intimidire il nemico, ma perché l’odio nei suoi confronti si mantenga vivo, anzi si diffonda” (p. 153). Il terrorismo viene qui dunque presentato come un elemento della guerriglia e come una tattica di essa. Non vanno poi dimenticati spazio e tempo, due dimensioni strategiche che nella guerriglia giocano a favore degli irregolari che possono combattere per un lungo periodo, mentre l’esercito regolare si trova spesso stretto da esigenze politiche che richiedono un risultato in tempi relativamente brevi (si pensi all’assurdità delle exit strategy programmate per l’Afghanistan). Inoltre gli ampi spazi concedono agli irregolari un’infinità di modi sia per sfuggire agli avversari sia per sfruttare la loro superiore mobilità come dimostrò Paul von Lettow-Vorbeck che proprio nel contesto della guerra di posizione per antonomasia, la Prima guerra mondiale, concluse invitto il suo personale conflitto nell’Africa Orientale Tedesca vivendo sul terreno, depredando il nemico e mantenendo la sua forza in costante movimento utilizzando gli enormi spazi offerti da quel particolare angolo di mondo.

Il quarto e ultimo capitolo si presenta come un aggiornamento ai giorni nostri di tutto quanto detto in precedenza toccando alcune operazioni belliche più note come ad esempio il fallito raid dei Ranger americani del 3 ottobre 1993 a Mogadiscio e l’Afghanistan analizzato sia per ciò che riguarda l’esperienza sovietica sia per quella occidentale del dopo 11 settembre con tutte le problematiche del caso come ad esempio il concetto di “guerra a zero morti”.

Infine, è degna di nota l’Appendice (già pubblicata come saggio su Limes nel 2010) in cui l’autore delinea alcuni tratti peculiari della guerriglia da un punto di vista sia della teoria e di come il fenomeno ha cambiato nome nel corso dei secoli (petite guerre, guerrilla, guerra partigiana e simili) sia della pratica (incursori, partigiani, tiratori scelti, sollevazione popolare).

Pur con tutti i pregi, il libro si presenta forse con un limite intrinseco ovvero quello di aver liquidato troppo in fretta alcuni temi o autori. Per esempio con una nota un po’ nazionalistica potremmo dire che viene appena sfiorato Garibaldi, ma bisogna anche ricordare che Breccia cita giustamente Bianco un autore italiano molto interessante e moderno per alcuni aspetti che è al contempo molto meno noto dell’eroe dei due mondi e quindi forse merita di essere ricordato. Infine, il tema della counterinsurgency è forse troppo brevemente ricordato pur essendo così importante nei teatri di guerra contemporanei. Questi limiti sono comprensibili alla luce del taglio che l’autore ha voluto dare al testo e anche della massa di materiale (autori, opere e concetti) di cui il volume vuole dare conto con un numero contenuto di pagine. Bisogna però ricordare che proprio il dibattito sulla trasformazione della guerra nel contesto internazionale contemporaneo e il tema della controinsorgenza spiegano sia il perché oggi il tema della guerriglia appaia così importante e sia perché la lettura del volume di Breccia sia molto consigliata a chi cerca di interpretare il fenomeno bellico contemporaneo spesso senza rendersi perfettamente conto della lunga storia che esso ha alle spalle e quindi della sua evoluzione nel corso dei secoli.

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