22 Ottobre, 2020

Uscire dal caos

Gilles Kepel, Uscire dal caos. Le crisi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, Raffaello Cortina editore, Milano 2018.

Gilles Kepel è uno dei massimi esperti di Medio Oriente e mondo arabo dei nostri tempi per cui leggere le sue riflessioni è sempre un qualcosa di utile e interessante. Lo fu anni fa quando affrontai il suo Jihad. Ascesa e declino. Storia del fondamentalismo islamico e indubbiamente lo è stato ora leggendo il suo ultimo lavoro: Uscire dal caos. Le crisi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente.

Il libro non è del tutto originale visto che include alcune sezioni e riflessioni che l’autore aveva già avuto modo di pubblicare, ma è certamente una lettura utile e assolutamente non superficiale per capire non solo le dinamiche socio-politiche che stanno sconvolgendo il Medio Oriente, ma anche quelle più prettamente geopolitiche che, volenti o nolenti, coinvolgono anche l’Occidente.

Il libro è diviso in modo piuttosto netto per contenuti e approccio in tre parti che, pur avendo punti di contatto legati alla tematica su come il Medio Oriente stia mutando e quali siano le forze storiche e geopolitiche che spingono questo cambiamento, in realtà sono piuttosto autonome e si focalizzano su aspetti diversi. Mentre la prima parte è più storica e si focalizza su come si è evoluto l’islam politico e la sua risultante violenta, ovvero il jihad, la seconda parte del testo si incentra sulle conseguenze deleterie delle cosiddette primavere arabe focalizzandosi su Egitto, Siria, Libia, Bahrein. La terza e ultima parte si concentra sugli ultimi due anni e cerca di delineare le conseguenze degli eventi più recenti a livello di alleanze internazionali.

Prima parte

La prima parte, che consta di quattro capitoli, è indubbiamente più storica e prende in esame quattro decenni di storia del Medio Oriente partendo dagli anni ’70 del Novecento fino alle conseguenze delle primavere arabe. Analizza così l’ascesa dell’islam politico e l’evolversi del fenomeno del jihad che attraversa due fasi distinte: una contro il nemico vicino (il capitolo secondo che copre gli anni 1980-1997) con la guerra civile in Algeria, il ruolo dell’Egitto e della Bosnia; una seguente dal 1998 al 2005 contro il nemico lontano e che copre gli anni di massima attività di al-Qaeda.

La prima parte si intitola “Il barile e il corano” e sin dal titolo mette in luce come, a partire dagli anni ’70 del XX secolo, gli enormi introiti derivanti dal petrolio si siano strettamente legati a forme di proselitismo. Il punto di svolta viene individuato nella guerra del 1973 in cui l’importanza del petrolio e le capacità di pressione da esso derivate vengono messe in luce e ciò consente alle petromonarchie di consolidare “la propria egemonia utilizzando le loro ricchezze […] per finanziare la diffusione in tutto il mondo di un’ideologia intransigente e conservatrice” (p. 29). Altro tassello dell’espansione del jihad è la Fondazione della Lega islamica nel 1962 da parte del principe ereditario Faysal. Lo scopo era quello di contrapporsi all’influenza egiziana basata sull’università al-Azhar del Cairo, dopo il 1973 godette di enormi finanziamenti derivanti dalle rendite petrolifere che gli permisero di aprire nella seconda metà degli anni ’70 molti centri “culturali” e moschee in Europa proprio in un momento in cui le comunità islamiche immigrate erano in difficoltà a causa della crisi economica derivante a sua volta dall’aumento dei prezzi del petrolio. Un altro elemento centrale di quegli anni che spiega lo sviluppo del jihad è la perdita di presa politica del nazionalismo arabo che fino ad allora aveva dominato nei vari Paesi. Ciò divenne evidente soprattutto in Libano dove scoppiò una sanguinosa guerra civile che vide il coinvolgimento siriano a partire dal 1975 fino al 2005 e che portò anche alla nascita di Hezbollah.

In questo quadro però l’anno cruciale è senza dubbio il 1979 per tre fatti distinti, ma interconnessi. Primo, la rivoluzione in Iran che porta al potere Komehini la cui ideologia si fondava in parte sull’opera di Ali Shariati che aveva tradotto in farsi il testo di Frantz Fanon I dannati della terra, riprendendo la contrapposizione classista marxista fra oppressi e oppressori con i termini di diseredati e arroganti “aggiungendo un significato morale impregnato di religiosità” (p.38). Secondo, il 20 novembre la Grande Moschea della Mecca venne presa di mira da un gruppo di terroristi che volevano mettere in luce la corruzione del regime. Terzo, l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa che, grazie anche ai fondi sauditi, diede il via al modello jihadista attuale.

Il secondo capitolo si focalizza sugli anni ’80 e ’90 del XX secolo e mette in luce diverse dinamiche diventate poi centrali. In prima istanza serviva contenere l’Iran di Komeini e in questo senso il ruolo sunnita divenne centrale e si concretizzò in due fronti: l’Afghanistan dove la CIA e l’Arabia Saudita appoggiarono i mujiadin e dove emerse la centralità della figura di Abd Allah al-Azzam fulcro di quella rete di contatti internazionale che poi divenne al-Qaeda e ideologo del nuovo jihad; la guerra con l’Iraq appoggiato non solo dai sunniti ma anche da potenze occidentali come la Francia, come ritorsione di questo appoggio l’Iran, tramite le milizie libanesi, iniziò la serie di rapimenti di occidentali. Inoltre nel febbraio 1989, Komeini lanciò la fatwa contro il romanzo di Rushdie, I versi satanici. Dal punto di vista mediatico questa campagna tolse centralità agli eventi afghani e di conseguenza visibilità al successo sunnita e saudita nella cacciata dei sovietici. Secondariamente trasformò il pianeta nel “dominio di Dio”, ovvero abbatteva i confini nazionali visto che l’autore era un cittadino britannico e il libro era disponibile globalmente.

Negli anni ’90 sono principalmente tre i conflitti dove il jihadismo trovò spazio e applicazione e in tutti e tre giocarono un ruolo centrale i foreign fighters di ritorno dal conflitto afghano. Il primo è ovviamente la guerra civile algerina che, tra le altre cose, mise in luce come il terrorismo jihadista mirasse, e tutt’ora miri, a superare i confini nazionali visto che diversi attentati furono condotti in Francia. Il secondo fronte è quello egiziano (1992-1997) e la cui violenza prese di mira in particolare il settore turistico. Il terzo fronte è la Bosnia dove arrivarono fondi, combattenti con esperienza afghana e aiuti anche dall’Iran.

Il terzo capitolo si concentra sulla terza fase jihadista dal 1998 al 2005, gli anni dominati da al-Qaeda e da bin Laden. La ristrutturazione internazionale del dopo Guerra fredda e del dopo Guerra del Golfo fece si che i salafiti jihadisti trovassero un terreno comune con i nazionalisti arabi antisionisti, antiimperialisti e terzomondisti. Si venne così a creare un terreno fertile per l’estremismo di sinistra arabo che trovò poi appoggio in tutti i partiti di sinistra occidentali. Il 26 agosto 1996 bin Laden pubblicò il suo manifesto “Cacciate gli ebrei e i cristiani dalla penisola arabica” in cui esaltava la vittoria in Somalia e riprendeva le idee di Azzam circa l’obbligo individuale per i musulmani a impegnarsi nel jihad. Il 23 febbraio 1998 bin Laden, Al-Zawahiri e altri firmarono il documento fondativo di al-Qaeda e pianificarono i primi attentati in Africa che stabilirono la firma del gruppo: data simbolica (in quel caso l’invito di re Fahd alle truppe americane) e operazioni simultanee.

Il 2 dicembre 2001 viene pubblicato a puntate l’opera di al-Zawahiri Cavalieri sotto la bandiera del profeta in cui identificava l’Afghanistan e la Cecenia come i due Paesi liberati dal Jihad e concordava con Huntington sull’incompatibilità tra Occidente e Islam (96). Prendeva però spunto dal fallimento algerino per riformulare la lotta. Lì si fallì perché non si riuscì a mobilitare le masse che, per via di una concezione troppo elitaria della lotta, non furono coinvolte. Serve fare leva sulle masse per far sì che si uniscano ai jihadisti. Serve inoltre focalizzarsi sul nemico lontano per galvanizzare le masse arabe.

La liceità degli attacchi suicidi era stata oggetto di molte diatribe. Mentre gli ulema sauditi erano contrari, anche per il timore che bin Laden potesse rappresentare un pericolo per la monarchia, il predicatore di al-Jazeera, Yusuf al-Qaradawi, vicino ai Fratelli musulmani diede loro subito il suo appoggio e la necessaria visibilità. Il canale satellitare li chiamò subito operazioni di martirio e una fatwa di al-Qaradawi li legava poi al corano e al concetto di terrore legittimo (101).

Il quarto capitolo prende in considerazione la terza generazione di jihadisti dal 2005 al 2017. Le sconfitte di al-Qaeda in Afghanistan e Iraq misero fine al modello organizzativo verticale e all’idea di colpire il nemico lontano e il focus si spostò sugli eretici, ovvero gli sciiti iracheni. Figura centrale di questo cambiamento fu Abu Mussab al-Suri che invitava l’organizzazione a cambiare da un processo dall’alto verso il basso in stile leninista a uno dal basso basato su reti, interconnessione ed emulazione. Il focus poi non era più l’America, bensì la più vicina e semplice da raggiungere Europa dove inoltre risiedono milioni di musulmani (p. 124).

Seconda parte

La seconda parte del libro mira ad approfondire alcune dinamiche più contemporanee nel quadro complessivo del jihad. In particolare Kepel si focalizza sulle primavere arabe che vennero subito dipinte come un processo di democratizzazione, ma che in realtà furono nel giro di poco tempo dominate da forze interne e tradizionali molto più forti. Si mette anche il luce il ruolo dei media, e in particolare di al- Jazeera, nel promuovere le primavere e dipingere i rappresentanti della Fratellanza musulmana come figure mediatiche e leader del movimento.

Kepel prende in esame i vari teatri in cui le primavere sono scoppiate evidenziandone dinamiche interne e differenze. Grazie al Quartetto per il dialogo nazionale (un’istituzione del tutto assente negli altri Paesi) la Tunisia rimane entro binari simil-democratici malgrado l’interferenza del Qatar in appoggio ai partiti legati alla Fratellanza. In Egitto è invece al-Jazeera a offrire la massima visibilità possibile con dirette h24 da piazza Tahir ed essendo strumento del Qatar presenta la Fratellanza egiziana come i futuri dirigenti egiziani. L’esercito permette alla Fratellanza di vincere le elezioni perché così dimostra la sua incompetenza alla popolazione che dopo un anno appoggia il ritorno dell’Esercito stesso. Kepel mette in luce come in Egitto si sia assistito a un ampio utilizzo di internet in cui ONG filodemocratiche e delegati di Facebook per il Medio Oriente creroano pagine e contenuti da diffondere in rete per sostenere la protesta. In Libia la rivolta prenderà subito due forme distinte per le profonde diversità culturali tra Tripolitania e Cirenaica.

Se nelle tre rivolte in nord Africa i regimi sono stati abbattuti, pur con risultati diversi, negli altri teatri, invece, i regimi sono rimasti al potere anche per via della divisione interna tra sunniti e sciiti.

Dopo un paragrafo dedicato al Bahrein, Kepel si focalizza sullo Yemen in cui la successione del potere era particolarmente pericolosa anche a causa della frammentazione etnica e in tribù della popolazione che quindi manca di coesione. Inoltre, lo Yemen ha una lunga storia di estremismo religioso, molti yemeniti del sud combatterono in Afghanistan contro l’Unione Sovietica, e ha anche una spaccatura interna tra la zona montagnosa e quella pianeggiante costiera più vicina all’ortodossia sunnita. In questo scenario si innesta poi il conflitto geopolitico tra Iran e Arabia Saudita.

Il teatro più importante, però, è sicuramente quello siriano che secondo Kepel: “unisce in maniera inedita i più arcaici e mortiferi atavismi etnici e confessionali e le più moderne della comunicazione” (p. 224). Benché ormai dall’estate 2011 sia chiaro che la rivolta si sia trasformata in un’insurrezione con una crescente componente jihadista, gli occidentali fanno finta di non vederla. Gli aiuti esterni alla rivolta superano il miliardo di dollari all’anno. Questa enormità di fondi fa si che anche i ribelli più moderati si spostino con il tempo verso gruppi che possono garantire una paga più elevata. Su questo pericoloso terreno si innestano sia la dinamica politica turca sia l’evolversi di ciò che noi poi conosceremo come Stato Islamico.

Terza parte

La terza parte del libro si apre con il capitolo intitolato La frattura del “blocco sunnita” in cui Kepel prende in esame la rottura con il Qatar e il suo cambio di guida interno con l’estromissione dello sceicco che guida anche al-Jazeera, per poi passare alla presa di potere di Bin Salman in Arabia Saudita.

In Iraq la fine di ISIS ha portato anche alla fine di una certa politica sunnita e la fatwa di Sistani in cui chiedeva agli iracheni di lottare fa appello alla mobilitazione e usa diversi registri. Primo, in termini islamici oppone un jihad sciita legittimo a quello illegittimo di ISIS. Secondo, la sua mobilitazione non è esclusivamente sciita, ma si richiama all’intera popolazione. In realtà, però, la lotta stigmatizza il sunnismo e, infatti, dopo la caduta di ISIS le strade di Baghdad vengono tappezzate di manifesti di giovani caduti tutti sciiti.

Il libro è sicuramente lungo, articolato e complesso, ma è una bussola essenziale per capire le varie dinamiche in gioco in Medio Oriente sia a livello storico (evidenziate soprattutto nella prima parte) sia a livello più geopolitico con importanti riflessioni su obiettivi, azioni, interessi dei vari attori dall’Arabia Saudita alla Russia; dall’Iran alla Turchia. Permette quindi un’analisi fuori dai clichè mainstream a cui siamo abituati in cui i buoni vengono contrapposti ai cattivi, ma studia fattori economici, sociali, politici per mettere in luce il quadro della situazione.

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