22 Ottobre, 2020

Il ritorno dei barbari

Negli ultimi due decenni abbondanti si sono sprecati libri e analisi per spiegare e descrivere l’attuale situazione strategica internazionale e il mutamento del fenomeno bellico. In particolare, come nuova variante del sistema internazionale ci si è focalizzati sugli attori non-statuali i cui obiettivi e le cui modalità operative sono così diversi da quegli degli eserciti regolari da non poter essere affrontati con efficacia con i tradizionali strumenti bellici. Tale riflessione non è errata, ma sottende un elemento di novità, gli attori non-statuali, che, invece, non andrebbe eccessivamente enfatizzato. Chiaramente oggi la moderna tecnologia offre nuovi strumenti di offesa e difesa a costi relativamente bassi a una pluralità di attori, ma i fenomeni e le dinamiche legate alla sicurezza hanno radici ben più lontane nel tempo e il libro di Jakub J. Grygiel, Il ritorno dei barbari (Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2019) ci aiuta non solo a capirle meglio, ma anche a porre nel giusto contesto l’attuale situazione evidenziandone tendenze e possibili evoluzioni.

La tesi di base del libro, di certo non particolarmente originale, è che il nostro mondo, e di conseguenza la nostra visione strategica della sicurezza, sia basata su categorie politiche moderne, ma le sfide che dobbiamo affrontare sono, invece, un qualcosa di diverso, ovvero una tipologia di minacce con caratteristiche molto simili ai barbari che l’impero romano dovette affrontare negli ultimi secoli prima della sua caduta. Ne consegue che oggi, per meglio comprendere le sfide che abbiamo di fronte e per meglio adattarci, dovremmo guardare non tanto alle teorie sulle small wars o sulla controinsorgenza che ricadono nel mondo moderno, bensì alle esperienze belliche pre-moderne. Il testo, quindi, mira a studiare la storia pre-moderna dello scontro tra barbari e Roma per capire meglio la sicurezza oggi.

Il motivo principale per cui serve guardare a quei secoli è che era un’epoca meno stato centrica della nostra. Lo stato moderno, come sappiamo, nasce in Europa tra il XV e il XVII secolo circa e ha fortemente caratterizzato tutte le nostre categorie politiche, ma da diversi decenni ormai una pletora di studiosi ha messo in luce come sia o in crisi o in declino, il che apre scenari simili all’epoca pre-moderna. In tale quadro, secondo l’autore, sono due le sfide strategiche che si delineano: l’aumento di attori non statuali che quindi hanno caratteristiche, comportamenti e risorse diversi da un tradizionale stato; i loro obiettivi sono difficilmente risolvibili attraverso soluzioni politiche.

Al fine di chiarire queste sfide, l’autore, che non solo è un ricercatore ma ha anche esperienze politiche negli Stati Uniti, ha strutturato il testo in sei capitoli, più le conclusioni, a loro volta divisi in due macro tematiche: i primi tre più focalizzati sulla natura della minaccia nel suo complesso, gli altri su possibili contromisure.

Il primo capitolo si concentra sulla natura dell’ambiente strategico dell’epoca pre-moderna individuandone tre caratteristiche principali che l’autore lascia intendere stiano tornando anche nel XXI secolo. La storia pre-moderna è caratterizzata da una pluralità di attori strategici perché l’ambiente strategico dell’epoca aveva caratteristiche tali da permettere questa proliferazione. Innanzitutto la tecnologia militare era disponibile a tutti perché economica e facile all’uso, tale situazione cambiò radicalmente con la polvere da sparo che portò poi al monopolio della forza fisica di weberiana memoria. La seconda caratteristica è il controllo sugli uomini più che sulle cose, ovvero dal momento che la superiorità tecnologica non era un fattore determinante, chi riusciva a raccogliere intorno a sé più uomini poteva diventare un attore importante delle relazioni internazionali dell’epoca. Gli imperatori romani per ampliare l’impero si basavano sulla capacità di cooptare le popolazioni più che sul controllo del territorio dove quelle popolazioni vivevano. Infine, la terza caratteristica determinante è relativa alla presenza di spazi senza governo che a partire dall’espansione coloniale sono andati via via scomparendo. Oggi, per varie ragioni, spazi similari stanno tornando e offrono agli attori non-statuali territori dove potersi stabilire e da cui operare con relativa facilità, si pensi ai cosiddetti failed states.

Il secondo capitolo si concentra, invece, sulla natura dei barbari e anche in questo caso Grygiel individua tre caratteristiche fondamentali. In primo luogo, la singola tribù di barbari era in numero esiguo e non controllava risorse, per cui non cercava lo scontro diretto ma scorrerie e raid per minimizzare le perdite e massimizzare il profitto attraverso la razzia. Il problema, per chi si deve difendere, è che le tribù, pur non essendo alleate tra loro, erano molte e dunque la minaccia era consistente. La seconda caratteristica è l’elevata mobilità che deriva dalla struttura organizzativa, dalla destrezza nell’andare a cavallo, dalla loro stessa economia basata su pastorizia, razzia e caccia. Infine, la loro struttura organizzativa è decentralizzata e basata sui legami di sangue. Tutto ciò crea tre problemi principali per lo stato. Primo, è difficile sconfiggere un tale nemico perché non accetta la battaglia campale, i barbari iniziano lo scontro e scelgono terreno e momento, dunque sfruttano il fattore sorpresa. Mancano quindi di un centro di gravità da attaccare e le proiezioni offensive dell’esercito regolare sono spesso inutili perché i barbari sono difficili da localizzare non avendo strutture fisse. Secondo, i barbari sono difficili da dissuadere e con loro la deterrenza non funziona perché non hanno obiettivi da colpire che possono essere minacciati; c’è un problema di comunicazione e non si riesce a comunicare efficacemente la minaccia; infine non temono la violenza perché essa fa parte integrante della loro cultura. Terzo, la diplomazia è quasi impossibile perché i barbari sono una minaccia transitoria con cui è quindi difficile stabilire contatti duraturi, inoltre la diplomazia si basa su conoscenza dell’altro, ma con i barbari questo è molto difficile sia perché appartengono a culture diverse sia per via della brevità dei contatti.

Il terzo capitolo è quello più legato all’attualità, poiché cerca di creare una serie di parallelismi tra il mondo descritto nei capitoli precedenti e la situazione strategica che stiamo vivendo. In particolare, Grygiel indica alcune tendenze di fondo che stanno trasformando il mondo contemporaneo e al contempo ricreando situazioni simili a quelle dell’epoca pre-moderna che hanno consentito l’ascesa di attori non statuali. La prima tendenza è la proliferazione della violenza che oggi è strettamente correlata con le nuove tecnologie che offrono nuove capacità di attacco ai piccoli gruppi. Più nel dettaglio tali capacità derivano: dal fatto che gli strumenti tecnologici possono essere usati in vari e imprevedibili modi, si pensi agli aerei usati come missili per l’attacco dell’11 settembre 2001; dalla economicità delle contromisure per le armi avanzate; dall’ampia disponibilità di tecnologia e armi sul mercato (nero ma non solo); dalla facilità di impiego, visto che i gruppi che le utlizzano non mirano a conquiste ma a perturbare e delegittimare. Una seconda tendenza è il ritorno di spazi senza un governo e qui l’autore non solo si riferisce ai cosiddetti failed states o anche stati deboli (dalla Somalia alla Libia seppur con caratteristiche diverse), ma anche al cyber spazio dove lo stato non ha controllo. Giustamente però l’autore mette in guardia dall’esaltare le possibilità degli spazi informatici visto che la cyber-mobilitazione è evanescente e le stesse caratteristiche della rete, anonimato e capacità di connettere le persone, permettono anche alle agenzie di sorveglianza di poter contrastare il fenomeno. Siccome si tratta di gruppi senza reali strutture, la diplomazia perde la sua efficacia così come la deterrenza perché gli attori non statuali non hanno obiettivi da minacciare e loro cercano lo scontro perché è da lì che traggono la loro solidarietà interna e la loro propaganda.

I capitoli 4,5 e 6 sono centrati su come affrontare la minaccia e l’autore torna ai parallelismi storici. Il capitolo quattro analizza la prima contromisura ovvero la decentralizzazione. Per far fronte a una minaccia diffusa, su cui si hanno poche informazioni, condotta da gruppi di piccole dimensioni e non interessati allo scontro frontale bensì a raid per compiere razzie, il modo migliore di agire è decentralizzare la sicurezza. Ciò comporta comunque dei rischi visto che è un fenomeno esattamente contrario a quello che ha portato alla creazione e che sorregge lo Stato, ovvero l’accentramento sia del potere politico sia dell’uso della forza fisica. Inoltre tale approccio potrebbe risultare deleterio se oltre alla minaccia dei barbari si dovesse affrontare anche un avversario di pari livello su un altro fronte.

Il capitolo cinque continua a riflettere in questa direzione raccontando la storia di tre personaggi storici che all’epoca si imposero appunto localmente nella lotta contro i barbari: Sant’Agostino, Sidonio Apollinare e Severino del Norcio. Il sesto capitolo è sicuramente più interessante, e forse avrebbe meritato più spazio e approfondimento, e affronta vari altri modi per contrastare questo tipo di minaccia non statuale. Le fortificazioni locali sia sul confine sia delle singole città in combinazione però di unità mobili in grado di intervenire in caso di necessità. Attuare una strategia di sedentarizzazione permetterebbe allo Stato di integrare i barbari, ma è una strategia che richiede generazioni per avere successo, che, inoltre, non è comunque garantito. Infine, Grygiel cita come metodo il modificare l’ambiente ovvero eliminare gli spazi non controllati, il che però presenta il rischio di imperial overstretch, ovvero di ampliare troppo l’impero tanto da farlo crollare.

Il testo è sicuramente interessante per analizzare, da una prospettiva originale, gli attuali problemi legati alla sicurezza internazionale e al tema della guerra. In particolare, tre sono gli elementi da mettere in luce. Primo, l’impostazione e l’idea stessa del libro sottolineano come per studiare la Guerra e l’attuale ambiente internazionale legato alla sicurezza, l’approccio storico sia fondamentale per meglio capire la situazione e contestualizzarla nella sua evoluzione. Secondo, la minaccia degli attori statuali non è una novità (non serviva il libro di Grygiel per scoprirlo, ma certamente non guasta ripetere questo concetto visto il numero di studi più o meno recenti che si sorprendono con questo genere di attori) e ha precise dinamiche che vanno studiate per meglio affrontare il problema. Terzo, l’elemento oggi che più facilita questi attori è la tecnologia con le sue innumerevoli applicazioni e ramificazioni.

Visti i continui miglioramenti e avanzamenti in questo senso, il futuro non appare dunque certo roseo.

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