1 Dicembre, 2020

30 anni dalla caduta del Muro di Berlino

Il 9 novembre di 30 anni fa cadeva il Muro di Berlino in modo quasi parossistico e del tutto inaspettato visto che la folla che si radunò quella sera da una parte e l’altra della Porta di Brandeburgo e presso i pochi valichi di passaggio era lì perché la conferenza stampa di Günter Schabowski, rappresentante del Politburo della SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands, il partito unico che governava la DDR), annunciava nuove possibilità di viaggio verso ovest per i cittadini tedesco orientali. Alla domanda di un giornalista che chiedeva quando sarebbero entrate in vigore queste nuove regole, Schabowski andò in confusione e rispose ab sofort ovvero da subito. Quell’ab sofort segnò in modo evidente la fine di un epoca e il crollo del Muro. Malgrado nei quasi trent’anni della sua esistenza le guardie di frontiera comuniste avessero ucciso diverse persone che tentarono di superarlo, quel giorno non ci fu spargimento di sangue, anche per via, probabilmente, dell’enorme massa di persone che si era radunata e di conseguenza le guardie, pur non avendo ricevuto ordini al riguardo, decisero di aprire i check-point proprio per evitare violenze.
Il Muro di Berlino fu senza ombra di dubbio il simbolo più noto e concreto della Guerra fredda, della divisione del mondo in due blocchi contrapposti (gli Stati Uniti guidati dall’idea di democrazia e di economia di mercato e l’Unione Sovietica basata sull’ideologia socialista e su un economia di stato) e della divisione della stessa Europa risultato della Seconda Guerra Mondiale. Malgrado ciò il Muro venne eretto solo il 13 agosto del 1961 (qui un video che riprende la fuga da Bernauer Strasse) e aveva uno scopo ben preciso: arrestare in modo sistematico l’emorragia di fughe da parte di cittadini della DDR verso la Germania Ovest. Un’emigrazione di massa che coinvolse centinaia di migliaia di giovani e non solo, spesso persone con un’alta formazione come ingegneri, medici, insegnanti. La DDR doveva bloccare quel flusso onde evitare di perdere un parte consistente della sua classe media. La Berlino divisa in due rappresentava il punto di passaggio più semplice e scontato e andava chiuso. Il Muro, quindi, non serviva a tenere fuori la minaccia fascista, come la denominazione ideologica della DDR di antifaschistischer Schutzwall, ovvero la barriera protettiva antifascista, voleva far intendere, bensì a tenere dentro chi per ragioni ideologiche, sociali o di opportunità lavorative voleva uscire (questo è un video in tedesco che ricostruisce la struttura del Muro). In sostanza era un muro di una prigione, non un muro difensivo verso una minaccia esterna, come sono la totalità dei muri eretti nella storia a difesa di una comunità.
L’opposizione interna al regime dittatoriale della SED si era già manifestata nel giugno del 1953 e fu repressa nel sangue grazie ai carri armati sovietici, da lì il governo centrale potenziò la Stasi che nel corso degli anni non solo divenne la polizia segreta più invasiva al mondo (si calcola che avesse un informatore ogni 50/60 abitanti), ma anche lo strumento di controllo e repressione di maggior efficacia per controllare la popolazione. Uno strumento sicuramente in grado di fare il proprio mestiere, anche all’estero, tanto che, malgrado i problemi economici e sociali, la creazione del Muro e le proteste di Praga nel 1968, nella DDR non si registrarono eventi di protesta consistenti.
La DDR era un regime totalitario nonostante oggi alcuni tedeschi orientali rimpiangano alcuni suoi aspetti. Per prima cosa quasi non esisteva disoccupazione visto che lo Stato controllava ogni aspetto dell’economia e alcuni servizi alla popolazione erano molto avanzati (per esempio gli asili nido erano numerosissimi e a completa disposizione dei cittadini, una tendenza che sebbene ridotta è ancora presente nei Länder tedesco-orientali se paragonati ai loro omologhi occidentali). Il rovescio della medaglia era che le elezioni erano una farsa in cui chi votava non aveva la reale possibilità di scelta oltre a non essere un voto segreto, l’economia, malgrado fosse la migliore di quelle del blocco comunista, arrancava decisamente, mancavano servizi banali (il telefono in tutte le case per esempio era un lusso ancora negli anni ‘80) e la popolazione non poteva viaggiare, ovvero non poteva ricongiungersi con i parenti all’ovest.
Tutte queste, e molte altre ragioni, portarono alla fine degli anni ‘80 alla nascita del Neues Forum, un movimento di protesta pacifica che aveva come obiettivo quello di riformare la DDR dall’interno. L’estate del 1989 vide aprirsi la cortina di ferro nel confine tra Austria e Ungheria dove passarono diversi cittadini tedesco orientali che sempre in quei mesi presero d’assalto anche l’ambasciata tedesco occidentale a Praga nel tentativo di fuggire dalla DDR. I dirigenti politici della SED guidati da Erich Honecker erano a conoscenza non solo di questo forte malcontento, ma anche che la situazione economica del Paese fosse disastrosa, poiché già negli anni precedenti avevano barattato con il governo di Bonn lo scambio di prigionieri politici con somme di valuta forte occidentale per cercare di tamponare la situazione. Malgrado tutto ciò la classe dirigente non fece nulla e il 7 ottobre 1989 festeggiò a Berlino i 40 anni dalla nascita della DDR. Era l’occasione per una grande parata a cui partecipò anche Michail Gorbaciov il quale venne accolto dalla popolazione al grido di “Helfen uns”, ci aiuti. Il gruppo dirigente ignorò questo segnale così come l’invito del leader sovietico a portare avanti le riforme, così le proteste di piazza aumentarono e i lunedì di quei mesi a Lipsia (in particolare intorno alla Nikolaikirche) divennero i centri focali del movimento di riforma.
La valanga era iniziata e i responsabili politici non riuscirono a fermarla ne a rallentarla vista la gestione della conferenza stampa di Schabowski. A meno di un anno di distanza dal crollo del Muro, il 3 ottobre 1990, le due Germanie venivano riunite e iniziava un nuovo capitolo della storia.
Un capitolo nuovo per la storia della Germania in cui ancora oggi, malgrado indubbi passi avanti, la frattura tra i due vecchi paesi è ancora evidente. Ad esempio l’ovest ha un tasso di disoccupazione molto più basso rispetto a quello dei Länder orientali dove, tra le altre cose, trovano terreno più fertile rispetto a ovest anche i partiti più estremisti. Un capitolo di storia nuovo anche per l’Europa che da quella riunificazione in poi ha conosciuto un percorso di crescita e di ampliamento tutt’ora in corso, impensabile con le regole della Guerra fredda, che oggi porta la NATO e l’EU a scontrarsi in modo forte e pericoloso contro l’orso russo. Ma anche e soprattutto un capitolo nuovo per la politica internazionale. Non ci sono dubbi che la Guerra fredda sarebbe finita, o forse era già finita come sostengono alcuni interpretando i trattati tra USA e URSS sui missili balistici degli anni ’80 come il vero momento in cui Mosca accettò la sconfitta ammettendo tra le righe di non poter tener testa alla potenza nucleare americana. Ma la caduta del Muro con tutto il suo significato storico e l’impatto massmediatico che già all’epoca, pur in assenza della televisione satellitare e di canali all-news come siamo abituati oggi, riuscì ad avere rappresenta senza ombra di dubbio l’emblema della fine di epoca. Nel dicembre del 1991 crollava poi definitivamente l’URSS e la politica globale non era più soggetta alle leggi ferree, ma anche così confortevoli, della Guerra fredda. Iniziava in sordina un rivolgimento degli equilibri planetari divenuto poi palese e più violento con l’inizio del nuovo secolo. Il mondo e i suoi equilibri politici non erano più bloccati dallo scontro delle due grandi potenze, ma le forze in gioco potevano sprigionarsi più o meno liberamente.
Ricordare la caduta del Muro significa quindi non solo celebrare la fine di una dittatura, ma anche rendersi pienamente conto del mondo politico in cui viviamo oggi con le sue nuove dinamiche che inoltre stanno radicalmente alterando la carta geografica a cui ci eravamo abituati. È una consapevolezza che dobbiamo imparare a maturare e che proprio la frattura avvenuta tra il 1989 e il 1991 ci insegna a guardare e accettare. Ma le dinamiche che portarono al 9 novembre 1989 devono anche insegnarci che le istituzioni politiche nascono e muoiono e che ciò avviene soprattutto quando esse non sono in grado di rispondere ai bisogni che la popolazione sente necessari in quella particolare congiuntura storica. La DDR annaspava almeno da un paio di decenni in un’economia inefficace e assolutamente non all’altezza, i prodotti anche alimentari erano carenti (nelle zone rurali era diffuso l’impiego del baratto per sopperire alle mancanze), il disagio sociale era elevato, la voglia dei cittadini di abbandonare il Paese molto forte e chi non coltivava questo sentimento spesso si impegnava nei movimenti di riforma come il Neues Forum. La dirigenza politica semplicemente ignorò questi segnali ripetendo a pappagallo quello che prescriveva l’ideale socialista non capendo che così condannava il Paese e se stessa.

Letture consigliate
Qui non voglio indicare opere a carattere storico sulla caduta del Muro o sulla Germania Est o sul periodo della Guerra Fredda, voglio, invece, segnalare alcuni lavori di vario genere che aiutano a mettere in luce qualche punto e aspetto legati al Muro e alla data di svolta del 1989.
Danilo Breschi, Professore associato di Storia del Pensiero Politico presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi Internazionali di Roma, ha pubblicato una doppia e bella riflessione sul suo sito personale in cui mette in luce, anche grazie a un’analisi di recenti libri sull’argomento, come la caduta del Muro provocò un’ondata di ottimismo ed euforia che in vari modi ha poi condizionato, in modo non certo positivo, la visione politica europea negli anni a venire e gli sviluppi europei successivi.

Consiglio poi alcune letture profondamente diverse fra loro, ma che possono dare un quadro d’insieme efficace di ciò che fu la dittatura socialista della DDR nel XX secolo.
Uwe Tellkamp, La Torre. Storia di una moderna Atlantide
è un romanzo che racconta le vicissitudini di una famiglia tedesco orientale negli anni ’80. È un utile, efficace e accurato sguardo alla società della DDR con tutte le sue paure, la repressione della Stasi, il controllo del governo, il ruolo della propaganda, la voglia di cambiamento con però tutti i rischi connessi. Qui trovate una recensione più completa.
Ben Lewis, Falce e sberleffo. Una storia del comunismo attraverso la satira. Ovvero: le barzellette che hanno fatto crollare il Muro, è un testo, invece, che guarda a tutto il mondo comunista dell’epoca e ricostruisce la repressione rossa attraverso le barzellette che ci si raccontava di nascosto, ovviamente, perché la polizia segreta era in agguato. Ne ho parlato sempre sul io blog alcuni giorni fa.
Un altro testo interessante per capire i meccanismi interni della repressione è C’era una volta la DDR (Feltrinelli, 2015). Una via di mezzo tra il romanzo e la ricostruzione storica. Un viaggio nella DDR e in particolare nel ruolo della Stasi in quella società (non per niente il titolo, ben più centrato, dell’edizione originale è Stasiland). Costruito intorno a diverse interviste (con ex ufficiali della Stasi, ex giornalisti della DDR, ex perseguitati e simili) è un bellissimo viaggio all’interno del “fantastico” mondo del comunismo reale.
Parlando invece di musica non si possono non ricordare, oltre al cosiddetto OstRock, ovvero il rock di gruppi della Germani Est, almeno due pezzi: il celebre Wind of change degli Scorpion, band tedesca che si ispirò a quei mutamenti politici per scrivere la canzone, e The Wall dei Pink Floyd, concerto del 1990 in quella che poi è tornata a essere Potsdamer Platz.
A livello di filmografia si potrebbe scrivere un saggio a parte per trattare tutti i film o documentari che nel corso degli anni hanno descritto il Muro, il suo crollo, il suo ruolo politico e la vita di quegli anni. Mi limito però a tre pellicole molto diverse fra loro, ma al contempo complementari. Le vite degli altri è un film del 2006 di Florian Henckel von Donnersmarck, vincitore del Premio Oscar come miglior film straniero. La pellicola mostra chiaramente gli strumenti di controllo e spionaggio verso la propria popolazione della DDR tramite la Stasi, qui un piccolo assaggio.
Good Bye Lenin! è un film del 2003 di Wolfgang Becker, un film leggero per sdrammatizzare lo shock post caduta visto che narra la storia di una famiglia proprio a cavallo degli eventi del ’89 con gli enormi cambiamenti politici, sociali ed economici seguiti a quel novembre.
Il ponte delle spie è un film del 2015 diretto da Steven Spielberg con protagonista Tom Hanks. Il film, ambientato durante gli anni della Guerra fredda, narra il caso dell’arresto e del processo con conseguente condanna di una spia sovietica, per poi raccontare la trattativa e lo scambio di Abel con Francis Gary Powers, pilota di un aereo-spia americano abbattuto sui cieli sovietici. La pellicola non tratta direttamente il Muro, ma ha scene ambientate nella Berlino di quegli anni e offre uno sguardo sui problemi e sulla situazione tra le due Super potenze. Inoltre, il titolo deriva dal luogo dello scambio tra le due spie, ovvero il Ponte di Glienicke nei pressi di Potsdam, altro luogo simbolo della separazione della città e della Guerra fredda.

Le foto allegate qui sotto sono state scattate da me a Bernauer Strasse.

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